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martedì 3 febbraio 2015
sabato 31 maggio 2014
La lotta alla precarietà, la priorità per il Paese
Dopo l'ubriacatura post voto di Matteo Renzi e del suo PD è assolutamente necessario che tra le priorità del Governo entri una seria riforma del Mercato del Lavoro capace di rilanciare l'occupazione.
I dubbi sull'operato dell'esecutivo sono, al momento, moltissimi, il Job Acts ha aperto ai contratti a termine più di quanto avesse già fatto la riforma Fornero; l'utilizzo dello strumento in assenza di una causale per cinque rinnovi faciliterà la vita delle aziende, penalizzando nel contempo quella dei lavoratori.
L'assiciazione Bruno Trentin in un suo studio recente ha identificto in oltre 9 milioni i cittadini coinvolti nel disagio occupazionale:http://www.associazionetrentin.it/un-piano-per-il-lavoro-o-non-ci-sara-crescita dal documento dei ricercatori della CGIL si evince che sia necessario tornare a ricercare lo sviluppo attraverso - sostengono dall'associazione - un intervento atto a creare lavoro stabile, la politica difensiva attuata attraverso gli ammortizzatori sociali, non solo ha depresso l'economia, ma ha generato precarietà se non addirittura fenomeni di disoccupazione con scarsissime prospettive di reinserimento nei meccanismi produttivi.
La precarietà è ormai diffusissima ed è altrettanto diffuso e palpabile il disagio da questa provocato, nel merito consiglio la lettura /suicidi per mancanza di lavoro la-responsabilità di indicare un altrove di Katia Cazzolaro, pedagogista varesina attivamente impegnata in questo ambito.
Venendo ad esperienze vissute direttamente, credo sia doveroso fare un accenno alla formazione: recentemente mi è capitato di fare docenze ad aspiranti lavoratrici e lavoratori iscritti a diverse agenzie di somministrazione, nella quasi totalità dei casi, si tratta di persone disperate che ricorrono a questa opportunità confidando in una reale opportunità professionale.
Nella maggior parte dei casi le aspettative sono disattese e le persone, giovani e meno giovani, sono costrette a convivere con la frustrazione di un lavoro che non arriva, i debiti che non si possono onorare e nei casi più gravi, figli dati in affidamento (esperienza reale) poiché le madri sole e disoccupate da molto tempo non vengono considerati affidabili per crescere minorenni.
I dubbi sull'operato dell'esecutivo sono, al momento, moltissimi, il Job Acts ha aperto ai contratti a termine più di quanto avesse già fatto la riforma Fornero; l'utilizzo dello strumento in assenza di una causale per cinque rinnovi faciliterà la vita delle aziende, penalizzando nel contempo quella dei lavoratori.
L'assiciazione Bruno Trentin in un suo studio recente ha identificto in oltre 9 milioni i cittadini coinvolti nel disagio occupazionale:http://www.associazionetrentin.it/un-piano-per-il-lavoro-o-non-ci-sara-crescita dal documento dei ricercatori della CGIL si evince che sia necessario tornare a ricercare lo sviluppo attraverso - sostengono dall'associazione - un intervento atto a creare lavoro stabile, la politica difensiva attuata attraverso gli ammortizzatori sociali, non solo ha depresso l'economia, ma ha generato precarietà se non addirittura fenomeni di disoccupazione con scarsissime prospettive di reinserimento nei meccanismi produttivi.
La precarietà è ormai diffusissima ed è altrettanto diffuso e palpabile il disagio da questa provocato, nel merito consiglio la lettura /suicidi per mancanza di lavoro la-responsabilità di indicare un altrove di Katia Cazzolaro, pedagogista varesina attivamente impegnata in questo ambito.
Venendo ad esperienze vissute direttamente, credo sia doveroso fare un accenno alla formazione: recentemente mi è capitato di fare docenze ad aspiranti lavoratrici e lavoratori iscritti a diverse agenzie di somministrazione, nella quasi totalità dei casi, si tratta di persone disperate che ricorrono a questa opportunità confidando in una reale opportunità professionale.
Nella maggior parte dei casi le aspettative sono disattese e le persone, giovani e meno giovani, sono costrette a convivere con la frustrazione di un lavoro che non arriva, i debiti che non si possono onorare e nei casi più gravi, figli dati in affidamento (esperienza reale) poiché le madri sole e disoccupate da molto tempo non vengono considerati affidabili per crescere minorenni.
Il quadro fornito da queste poche righe può sembrare drammatico, ebbene la realtà lo è molto di più, ma la sintesi non permette di dettagiare maggiormente le suggestioni che provengono dal mio operare quotidianamente su una «prima linea» che per scelte politiche sbagliate siamo costretti ad arretrare quotidianamente.
Se una richiesta deve essere fatta alla politica, è quella di un'inversione di rotta che crei stabilità. La necessità di trovare flessibilità in uscita è un falso da smscherare; da tre anni a questa parte, infatti, nella nostra Provincia le cessazioni dei rapporti di lavoro sono più numerose degli avviamenti e, nello stesso periodo, circa 10000 contratti hanno avuto la durata di un solo giorno.
Se i dati forniti hanno un valore non solo statistico, non possono essere ricondotti esclusivamente alla crisi, bensì ad un sistema completamente da riformare attraverso investimenti e percorsi atti, contemporaneamente, a garantire contrattazione diffusa, esttensione dei diritti e delle garanzie sociali per coloro i quali rimarranno comunque senza lavoro.
venerdì 22 marzo 2013
Libri: Stabile precariato
Le condizioni di un precario cronico, o meglio stabile come si definisce l'autore, vengono raccontate da Carlo Albè nel suo libro Stabile precariato.Romanzo autobiografico dal doppio registro narrativo; sono presenti infatti la forma epistolare, nella prima parte ed un diario nella seconda, rende evidenti le contraddizioni del Mercato del Lavoro in Italia e le frustrazioni che queste generano su lavoratori e lavoratrici trasversalmente coinvolti a prescindere da età, curriculum e provenienza sociale.
In questo il disastro provocato da molti anni di malgoverno è stato assolutamente democratico.
Le lettere sono indirizzate a Lorenzo, il miglior amico di Vittorio il protagonista, trasferitosi a Berlino. Si tratta di un vero e proprio quadro della situazione del nostro Paese attraverso gli occhi di chi è costretto suo malgrado a doversi adattare ad un sistema che vede i lavoratori, o aspiranti tali, nel ruolo di vittime vessate e costretti per sopravvivere a continue mediazioni al ribasso.
Pur essendo evidente in alcuni tratti la pesantezza della situazione anche sul piano personale, l'autore non trascende mai nel vittimismo offrendo al lettore un'immagine di forza e caparbietà.
Il diario narra le gesta del nostro eroe all'interno di un call center; si tratta della vera storia di Carlo che in questa situazione surreale analizza lucidamente gli atteggiamenti, talvolta involontariamente comici, di colleghi ed utenti intervistati.
La Lapsus, nome di fantasia per un'importante società demoscopica, impone ai suoi collaboratori (di contratti veri non se ne parla) condizioni al limite della sopportabilità e, come se non bastasse, a fronte di contratti milionari, recentemente, ha operaato ingenti tagli del personaleall'insegna della "necessaria" riduzione dei costi per effetto della crisi.
Carlo Albè, a differenza della maggior parte dei precari italiani ha trovato nella scrittura una risorsa di rilancio personale ed una speranza per il futuro. Stabile precariato è il suo secondo romanzo autoprodotto che l'autore pubblicizza attraverso piacevoli serate di lettura e musica.
Francesco Vazzana
lunedì 11 febbraio 2013
Ue: CGIL, preoccupano tagli a crescita, bene fondi lavoro giovani
Per i giovani della CGIL occorre introdurre anche in Italia la Garanzia Giovani, una misura finalizzata ad accompagnare i giovani nella fase di transizione tra la fine del percorso di studio e l'accesso al lavoro. "Su 'Youth Garantee' abbiamo nostra proposta, politica si misuri” » Firma la petizione per istituire anche in Italia la Youth Guarantee
08/02/2013 da cgil nazionale
In una nota del sindacato di Corso d'Italia si legge: “Esprimiamo un giudizio di forte preoccupazione per i tagli ai fondi sulla crescita e sulla ricerca, proprio in un momento in cui c'è la forte necessità di aumentare la competitivitàe la coesione sociale dell'Europa, specie in Italia anche in ragione dei dati diffusi oggi dall'ISTAT. Ci riserviamo un ulteriore approfondimento in relazione alle ricadute che il bilancio potrà avere e ai prossimi sviluppi dell'iter istituzionale”. Inoltre, prosegue la CGIL, “consideriamo positiva la notizia che nel bilancio dell'Unione Europea siano state individuate risorse specifiche per mettere in atto misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, rivolte ai paesi in cui supera il 25%. Il nostro Paese deve saper cogliere in pieno questa opportunità con un piano di investimenti volto a creare nuovo e buono lavoro e politiche per favorire l'inserimento lavorativo dei giovani”.
Per il sindacato “è necessario che lo Stato e le Regioni predispongano rapidamente le relative misure di intervento al fine di utilizzare in pieno tutte le risorse disponibili. Occorre introdurre anche in Italia, così come discusso nel corso del vertice europeo, la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), una misura finalizzata ad accompagnare i giovani nella fase di transizione tra la fine del percorso di studio e l'accesso al lavoro”. Per chiedere l'adozione di tale misura la CGIL ricorda di aver “recentemente presentato una propria proposta e una campagna a sostegno: nella nostra proposta 'garantire i giovani' significa innanzitutto offrire loro percorsi di sostegno personalizzati, rilanciando i servizi pubblici all'impiego e le politiche di attivazione, che nel nostro paese hanno subito un grave disinvestimento. L'emergenza sociale determinata dalla disoccupazione non può essere solo uno spot elettorale: chiediamo -a chi si candida a governare - conclude la CGIL - di misurarsi concretamente con questa priorità”.
08/02/2013 da cgil nazionale
Un giudizio di “forte preoccupazione per i tagli ai fondi per la crescita e la ricerca” ma si considera invece “positiva l'individuazione di risorse specifiche per mettere in atto misure di contrasto alla disoccupazione giovanile” da investire attraverso quella 'Garanzia Giovani' nei confronti della quale la CGIL ha avanzato una sua specifica proposta. E' quanto afferma la CGIL in merito all'accordo per il bilancio dell'Unione Europea.
In una nota del sindacato di Corso d'Italia si legge: “Esprimiamo un giudizio di forte preoccupazione per i tagli ai fondi sulla crescita e sulla ricerca, proprio in un momento in cui c'è la forte necessità di aumentare la competitivitàe la coesione sociale dell'Europa, specie in Italia anche in ragione dei dati diffusi oggi dall'ISTAT. Ci riserviamo un ulteriore approfondimento in relazione alle ricadute che il bilancio potrà avere e ai prossimi sviluppi dell'iter istituzionale”. Inoltre, prosegue la CGIL, “consideriamo positiva la notizia che nel bilancio dell'Unione Europea siano state individuate risorse specifiche per mettere in atto misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, rivolte ai paesi in cui supera il 25%. Il nostro Paese deve saper cogliere in pieno questa opportunità con un piano di investimenti volto a creare nuovo e buono lavoro e politiche per favorire l'inserimento lavorativo dei giovani”.
Per il sindacato “è necessario che lo Stato e le Regioni predispongano rapidamente le relative misure di intervento al fine di utilizzare in pieno tutte le risorse disponibili. Occorre introdurre anche in Italia, così come discusso nel corso del vertice europeo, la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), una misura finalizzata ad accompagnare i giovani nella fase di transizione tra la fine del percorso di studio e l'accesso al lavoro”. Per chiedere l'adozione di tale misura la CGIL ricorda di aver “recentemente presentato una propria proposta e una campagna a sostegno: nella nostra proposta 'garantire i giovani' significa innanzitutto offrire loro percorsi di sostegno personalizzati, rilanciando i servizi pubblici all'impiego e le politiche di attivazione, che nel nostro paese hanno subito un grave disinvestimento. L'emergenza sociale determinata dalla disoccupazione non può essere solo uno spot elettorale: chiediamo -a chi si candida a governare - conclude la CGIL - di misurarsi concretamente con questa priorità”.
venerdì 30 novembre 2012
ISTAT: BOOM DI PRECARI, SONO 2.877MILA!
Nel terzo trimestre i dipendenti a termine sono 2 milioni 447 mila a cui si aggiungono 430 mila collaboratori, sommando le due categorie si arriva a 2 milioni 877 mila lavoratori precari, il massimo dall'inizio delle serie trimestrali relative, dal III trimestre 2004. Se si guarda solo ai dipendenti a tempo, anche questo è un record, dal III trimestre '93.
giovedì 10 maggio 2012
Storie precarie: il magazziniere che traduce Omero
pubblicata da Cgil Varese il giorno giovedì 10 maggio 2012
Monica Lang
Una laurea in lettere antiche e un contratto a tempo come magazziniere. La storia di Michele Giuriola, varesino lavoratore precario di 38 anni, racconta nei fatti la situazione dei tanti lavoratori - giovani, ma ormai non più soltanto loro - che nella nostra provincia sono in cerca di occupazione. Che a Varese il lavoro sia precario all'80% lo raccontano anche i dati ufficiali: otto contratti su 10 atipici nel 2011, numero di cessazioni maggiore rispetto agli avviamenti da due anni a questa parte, quasi 10mila contratti a tempo determinato della durata di UN SINGOLO GIORNO che, tradotti in posti di lavoro tradizionali, equivalgono a meno di 40 NUOVI POSTI DI LAVORO in un anno.
In occasione della Giornata nazionale contro la precarietà abbiamo però voluto dare la parola a Michele, uno dei tanti lavoratori invisibili che popolano la nostra provincia.
Laureato in lettere antiche, Michele oggi lavora come magazziniere a Gallarate con un contratto part-time a tempo determinato. Ma soprattuto Michele è un ex COCOPRO al CEPU, dove ha lavorato per 4 anni con una collaborazione a progetto nonostante avesse vincoli di orario e gerarchici, una postazione fissa nella sede Cepu e retribuzione commisurata alle ore svolte (elemento questo che caratterizza in particolare il lavoro subordinato). Il suo incarico, tra l'altro, coincideva pari pari con il calendario della scuola pubblica (a casa luglio e agosto, ovviamente senza retribuzione né indennità). Nel 2010 Michele ha fatto causa al CEPU, ma, come ha spiegato lui stesso: "molti colleghi nelle stesse condizioni preferiscono subire e tenersi stretto il lavoro". Michele rappresenta la quasi la totalità del lavoro di oggi, eppure "è difficile creare una coscienza condivisa - ha raccontato - e la mancanza di solidarietà dei miei colleghi di lavoro è la cosa che più mi ha ferito in tutta questa vicenda. Ho deciso di fare causa e tenere duro proprio perchè ho vissuto sulla mia pelle una fortissima ingiustizia e ritengo che qualcuno debba pure cominicare a dire di no e ribellarsi".
Monica Lang
Una laurea in lettere antiche e un contratto a tempo come magazziniere. La storia di Michele Giuriola, varesino lavoratore precario di 38 anni, racconta nei fatti la situazione dei tanti lavoratori - giovani, ma ormai non più soltanto loro - che nella nostra provincia sono in cerca di occupazione. Che a Varese il lavoro sia precario all'80% lo raccontano anche i dati ufficiali: otto contratti su 10 atipici nel 2011, numero di cessazioni maggiore rispetto agli avviamenti da due anni a questa parte, quasi 10mila contratti a tempo determinato della durata di UN SINGOLO GIORNO che, tradotti in posti di lavoro tradizionali, equivalgono a meno di 40 NUOVI POSTI DI LAVORO in un anno.
In occasione della Giornata nazionale contro la precarietà abbiamo però voluto dare la parola a Michele, uno dei tanti lavoratori invisibili che popolano la nostra provincia.
Laureato in lettere antiche, Michele oggi lavora come magazziniere a Gallarate con un contratto part-time a tempo determinato. Ma soprattuto Michele è un ex COCOPRO al CEPU, dove ha lavorato per 4 anni con una collaborazione a progetto nonostante avesse vincoli di orario e gerarchici, una postazione fissa nella sede Cepu e retribuzione commisurata alle ore svolte (elemento questo che caratterizza in particolare il lavoro subordinato). Il suo incarico, tra l'altro, coincideva pari pari con il calendario della scuola pubblica (a casa luglio e agosto, ovviamente senza retribuzione né indennità). Nel 2010 Michele ha fatto causa al CEPU, ma, come ha spiegato lui stesso: "molti colleghi nelle stesse condizioni preferiscono subire e tenersi stretto il lavoro". Michele rappresenta la quasi la totalità del lavoro di oggi, eppure "è difficile creare una coscienza condivisa - ha raccontato - e la mancanza di solidarietà dei miei colleghi di lavoro è la cosa che più mi ha ferito in tutta questa vicenda. Ho deciso di fare causa e tenere duro proprio perchè ho vissuto sulla mia pelle una fortissima ingiustizia e ritengo che qualcuno debba pure cominicare a dire di no e ribellarsi".
lunedì 30 aprile 2012
Iniziativa CGIL contro la precarietà
La CGIL è nuovamente impegnata nella sua battaglia - isolata - contro le iniziative inique e penalizzanti dell'esecutivo.
Il tema della riforma del Mercato del Lavoro non si può ridurre esclusivamente all'aspetto dell'art.18, giusto e condivisibile,ma certamente non risolutivo rispetto alla crescita ed all'occupazione.
A livello parlamentare si avverte un totale disinteresse sulla questione ed in questo silenzio non sorprende l'atteggiamento complice del PD di Bersani; ci sarà il maggiore partito del centro sinistra al fianco della nostra organizzazione?
Una cosa è certa: è quantomai necessario tenere alta la tensione sul Mercato del Lavoro e specificamente sulla precarietà poiché perdere questa battaglia rappresenterebbe una sconfitta per il Paese e per tutti i cittadini.
lunedì 16 aprile 2012
Riforma del lavoro: il professore non raggiunge la sufficienza, si presenti al prossimo appello.
«La flessibilità è il tempo di un nuovo potere che conduce al disordine, non alla libertà dai vincoli»
In questa frase di Richard Sennet le ragioni del no a una riforma del lavoro che mette in forte discussione il valore sociale del lavoro, la tutela dei diritti fondamentali e la dignità dei lavoratori.
La crisi internazionale e l’aumento della domanda di lavoro hanno fornito una giustificazione alla progressiva deresponsabilizzazione delle politiche di gestione delle così definite — con un termine orrendo — risorse umane.
Le imprese hanno fatto ricorso a forme di flessibilità anche dove non strettamente necessario in nome della redditività, della difesa della propria quota di mercato e della salvaguardia dei contratti di lavoro stabili in essere, precarizzando e impoverendo lavoratori giovani e meno giovani.
Questo governo tecnico fatto di lacrime e professori ci aveva promesso che nulla sarebbe stato più come prima e che il problema dell’incertezza occupazionale sarebbe stato risolto. Invece…
“Le bugie hanno il naso lungo ma le gambe corte” esclama nelle aule il professore che coglie impreparato lo studente. Bene, ora sono i lavoratori che rivolgono questa frase ai professori che siedono al governo. Queste bugie avranno le gambe corte perché non c’è ripresa economica senza occupazione, perché nessuna delle tante forme di lavoro atipico è stata eliminata come annunciato, perché gli ammortizzatori sociali non sono stati estesi universalmente (anzi) e perché nulla è stato fatto per incentivare la creazione di posti di lavoro stabili. Ci hanno persino raccontato che le aziende non assumono perché nel nostro Paese non esiste “flessibilità in uscita”. Bene, guardiamo all’Europa.
L’OCSE ha elaborato una ricerca sul rapporto tra protezione legislativa del lavoro e investimenti esteri in entrata.
La protezione contro il licenziamento individuale dei lavoratori a tempo indeterminato Protection of permanent workers against individual dismissal è stata misurata su una scala che va da 1 a 6. Per l’Italia questo indice è risultato essere 1,69; per la Francia 2,60 e per la Germania 2,85. Ora, se gli investimenti diretti esteri (IDE) sono legati alla protezione del lavoro Francia e Germania dovrebbero registrare livelli di IDE in rapporto al Pil inferiori all’Italia e, più in generale, a Paesi con una legislazione di protezione del lavoro più bassa; invece l’Italia fa registrare un livello di IDE in entrata in rapporto al Pil del 16,4%, inferiore al 20,4% della Germania, e nettamente inferiore al 39% della Francia nonostante questi Paesi abbiano un legislazione più rigida in materia di lavoro. Il problema quindi sta altrove.
Suggerire le risposte ai professori potrebbe sembrare impudente ma forse la lentezza burocratica, l’assenza di infrastrutture adeguate, gli elevati costi dell’energia e dei carburanti e la presenza di un costo occulto rappresentato dalla criminalità organizzata e dall’evasione fiscale potrebbero essere delle valide risposte.
Per quanto riguarda il tema dell’art.18, questione che un governo responsabile non avrebbe dovuto nemmeno porre, l’incertezza tra reintegra e non reintegra rimane. La motivazione economica al licenziamento o c’è o non c’è.
Come si fa a distinguere tra una ragione infondata o manifestamente infondata?
Qual è il discrimine dal punto di vista giuridico?
Se il licenziamento è infondato, anche se non manifestamente infondato, è nullo ma non necessariamente il lavoratore otterrebbe la reintegra.
Infine la soluzione dell’aumento dell’aliquota contributiva per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps — fino a raggiungere, nel 2018, quella attualmente applicata ai lavoratori subordinati — non fungerà di certo da “deterrente” nei confronti di quei datori di lavoro che ricorrono al lavoro atipico oltre che per risparmiare sul costo del lavoro, per non garantire ferie, malattia, maternità, diritti sindacali, garanzie occupazionali, si potrebbe continuare. E si fa fatica a credere che di questo il ministro Fornero non se ne sia accorta.
Non sono solo questi i punti deboli e i provvedimenti opinabili di questa riforma, ce ne sono altri. Quello che va però evidenziato è che si sta chiedendo a giovani, lavoratori dipendenti e pensionati di farsi carico di una crisi che li aveva già pesantemente indeboliti. Il vero nodo della questione è il potere d’acquisto di salari e pensioni (quando ci sono) e l’occupazione. Recessione e stagflazione, cioè combinazione di inflazione e stagnazione, non si combattono stringendo la cinghia degli ammortizzatori sociali e incentivando la precarietà.
Il professore non raggiunge la sufficienza, è meglio che si presenti più preparato al prossimo appello.
Gaia Angelo
domenica 19 febbraio 2012
Riforma del Mercato del Lavoro: pensieri personali
Sono, lo confesso da cittadino e sindacalista, in attesa interessata della riforma del Mercato del Lavoro che il governo si accinge a varare con il contributo, speriamo determinante e migliorativo, delle parti sociali e nello specifico del sindacato.
L'accanimento mediatico sull'art.18 nasconde infatti l'esigenza di riformare profondamente un sistema che da circa quindici anni ha consolidato un sistema di precarietà (contraddizione voluta).
Allargare lo scenario delle lavoratrici edei lavoratori che possono fruire ed esigere diritti, oggi dimenticati; questo deve essere l'obiettivo della politica, per il sindacato, meglio per la CGIL questa è già una certezza.
Viviamo da anni in un contesto nel quale l'art.18 è una chimera per l'80% dei lavoratori in virtù di contratti non standard, questo significa che chi presta la propria opera è quotidianamente vittima di ricatti e vessazioni che ne fanno vacillare le certezze di reddito e sopravvivenza.
La flessibilità in Italia si è dimostrata perdente e si è trasformata in precarietà tremenda e drammatica.
Mi chiedo perché non si tenga conto del fatto che la qualità del lavoro garantisce qualità del prodotto e di conseguenza credenziali importanti per il Paese.
Oggi viviamo una realtà nella quale la crisi viene combattuta con i tagli, l'economia imporrebbe il contrario, si dovrebbe investire, in questa prospettiva auspico maggiori garanzie, un piano industriale ed investimenti per l'IIalia ed i suoi cittadini stranieri compresi.
Di fronte a polemiche, spesso affidate a chi non ha titolo, sull'art.18 oggi il Governo rilancia proponendo la cancellazione della Cassa Integrazionne Straordinaria, cosa ci si deve aspettare da questi illuminati professori?
La domanda è retorica, il governo agisce in una linea di continuità con Sacconi, al contrario gli investimenti potrebbero migliorare l'occupazione e le condizioni dei cittadini.
Chiudo con un'esperienza personale: sono abituato ad incontrare precari sulla soglia della disperazione, con loro condivido le ansie ed i timori per il domani, per i loro figli e le loro famiglie. Mi chiedo quado sia stato l'ultima volta che la "piangente ministra" si sia confrontata con persone realmente impaurite.
La storia insegna o dovrebbe farlo: la crisi attuale è stata abbondantemente accostata a quella del '29, allora se ne uscì con l'investimento nelle opere pubbliche e aumentando l'occupazione, oggi, in Italia, abbiamo un'opportunità importante: ridurre le forme contrattuali, allargare i diritti ed incentivare l'accesso al Mercato del Lavoro, non facilitarne l'esodo.
Il 2010, per la prima volta, ha segnato un dato preoccupante, le cessazioni dei rapporti di lavoro sono state prevalenti rispetto agli ingressi. Cosa significa? Ce non serve abbrogare l'art. 18 per licenziare, bisogna mantenerlo per evitare discriminazioni aborrite anche dalla Costituzione.
F.Vazzana
L'accanimento mediatico sull'art.18 nasconde infatti l'esigenza di riformare profondamente un sistema che da circa quindici anni ha consolidato un sistema di precarietà (contraddizione voluta).
Allargare lo scenario delle lavoratrici edei lavoratori che possono fruire ed esigere diritti, oggi dimenticati; questo deve essere l'obiettivo della politica, per il sindacato, meglio per la CGIL questa è già una certezza.
Viviamo da anni in un contesto nel quale l'art.18 è una chimera per l'80% dei lavoratori in virtù di contratti non standard, questo significa che chi presta la propria opera è quotidianamente vittima di ricatti e vessazioni che ne fanno vacillare le certezze di reddito e sopravvivenza.
La flessibilità in Italia si è dimostrata perdente e si è trasformata in precarietà tremenda e drammatica.
Mi chiedo perché non si tenga conto del fatto che la qualità del lavoro garantisce qualità del prodotto e di conseguenza credenziali importanti per il Paese.
Oggi viviamo una realtà nella quale la crisi viene combattuta con i tagli, l'economia imporrebbe il contrario, si dovrebbe investire, in questa prospettiva auspico maggiori garanzie, un piano industriale ed investimenti per l'IIalia ed i suoi cittadini stranieri compresi.
Di fronte a polemiche, spesso affidate a chi non ha titolo, sull'art.18 oggi il Governo rilancia proponendo la cancellazione della Cassa Integrazionne Straordinaria, cosa ci si deve aspettare da questi illuminati professori?
La domanda è retorica, il governo agisce in una linea di continuità con Sacconi, al contrario gli investimenti potrebbero migliorare l'occupazione e le condizioni dei cittadini.
Chiudo con un'esperienza personale: sono abituato ad incontrare precari sulla soglia della disperazione, con loro condivido le ansie ed i timori per il domani, per i loro figli e le loro famiglie. Mi chiedo quado sia stato l'ultima volta che la "piangente ministra" si sia confrontata con persone realmente impaurite.
La storia insegna o dovrebbe farlo: la crisi attuale è stata abbondantemente accostata a quella del '29, allora se ne uscì con l'investimento nelle opere pubbliche e aumentando l'occupazione, oggi, in Italia, abbiamo un'opportunità importante: ridurre le forme contrattuali, allargare i diritti ed incentivare l'accesso al Mercato del Lavoro, non facilitarne l'esodo.
Il 2010, per la prima volta, ha segnato un dato preoccupante, le cessazioni dei rapporti di lavoro sono state prevalenti rispetto agli ingressi. Cosa significa? Ce non serve abbrogare l'art. 18 per licenziare, bisogna mantenerlo per evitare discriminazioni aborrite anche dalla Costituzione.
F.Vazzana
mercoledì 23 novembre 2011
Scenario della crisi. Un mercato del lavoro sempre più atipico
Mercoledì 16 novembre 2011 - in Corso D’Italia 25, Roma, Cgil, Nidil-Cgil e Ires hanno presentato, in conferenza stampa, l’indagine annuale sul lavoro atipico.
Scarica i documenti dell'indagine
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