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mercoledì 9 marzo 2016

Addio telelavoro, per lavorare da casa debutta lo smart working.

Fonte: Il sole 24 ore

Lavorare da casa invece che in ufficio può aumentare la produttività? Il giorno dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge sullo smart working (o lavoro agile) si ragiona di pro e di contro. Già a caccia di bilanci prima ancora che le norme siano diventate legge. Insomma, il telelavoro, il papà dello smart working, è andato in soffitta, e si apre una nuova era. Almeno dal punto di vista delle tutele, perché - come riportano i dati dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano - quasi il 50% delle grandi aziende sta già sperimentando questo tipo di prestazione.


Che cos’è il lavoro agile?
La relazione introduttiva al disegno di legge sulle nuove misure per il lavoro autonomo che contiene nella seconda parte le norme sul lavoro agile ci aiuta a fare chiarezza; definisce il lavoro agile una «modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementare la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro». Il testo ne detta anche i confini: il lavoro agile è quel lavoro che può essere svolto in parte all'interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, seguendo però gli orari previsti dal contratto di riferimento e prevede l’assenza di una postazione fissa durante i periodi di lavoro svolti all'esterno dei locali aziendali.


Trattamento economico
Uno specifico articolo viene dedicato al trattamento economico. Il disegno di legge stabilisce che il lavoratore abbia il diritto di ricevere un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato ai lavoratori che svolgono le stesse mansioni all’interno dell’azienda. Inoltre, gli incentivi di carattere fiscale e contributivo (ad esempio i premi) riconosciuti in caso di incremento di produttività ed efficienza del lavoro sono applicabili anche ai lavoratori “agili”. L’articolo mette nero su bianco la clausola di invarianza finanziaria.  


Le regole dell’accordo
Il testo disciplina anche la forma dell’accordo relativo alle modalità di svolgimento e al recesso. Viene stabilito che l’accordo deve essere stipulato per iscritto (pena la nullità) e disciplina le modalità di esecuzione della prestazione svolta all'esterno dei locali aziendali. È previsto che vengano anche individuati i tempi di riposo del lavoratore. Il contratto potrà essere a termine o a tempo determinato e in questo ultimo caso il recesso può avvenire con un preavviso non inferiore ai 30 giorni. E solo in presenza di un giustificato motivo ciascuno dei contraenti può recedere prima della scadenza del termine.

Le nuove norme discipliano poi la protezione dei dati e la riservatezza specificando che il datore di lavoro deve adottare - così recita l’articolo in questione - «misure atte a garantire la protezione dei dati utilizzati ed elaborati dal lavoratore che svolge la prestazione lavorativa in modalità di lavoro agile». Per ovvi motivi il lavoratore è tenuto a custodire con diligenza gli strumenti tecnologici messi a disposizione dal datore di lavoro ed è responsabile quindi della riservatezza dei dati cui può accedere.

Sicurezza e assicurazione
Vengono introdotte regole anche per quanto riguarda la sicurezza. Il datore deve garantire salute e sicurezza a chi svolge questo tipo di prestazione. A questo proposito è previsto l’obbligo di consegnare al lavoratore un’informativa scritta con cadenza annuale nella quale vengono individuati i rischi generali connessi al tipo di lavoro. Infine un capitolo sull’assicurazione obbligatoria. Anche in questo caso il lavoratore ha diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali ed è tutelato contro gli infortuni sul lavoro che possono avvenire durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello scelto per lo svolgimento della prestazione lavorativa al di fuori dei locali aziendali. 

martedì 7 febbraio 2012

Camusso, la flessibilità è troppa, pronti a discutere ma non sull'articolo 18

Intervista del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso sul quotidiano 'L'Unità': “Siamo disponibili a parlare dei tempi delle cause di lavoro, ma ministri e sindacalisti la smettano di parlare sempre di licenziamenti”

Segretario Camusso, vari ministri ironizzano sul posto fisso. Il clima sulla riforma del mercato del lavoro si fa pesante in questi giorni... “In una stagione già molto difficile sul piano dell’occupazione, in cui i giovani in particolare si trovano in una situazione di precarietà il tema non è dire che il mondo è cambiato, cosa che i giovani hanno perfettamente presente, quanto invece insistere sul fatto che bisogna da un lato rendere l’accesso al mercato del lavoro non precario e dall’altro ribadire che il vero tema è come creare lavoro. Si rischia di costruire un corto circuito, cambiare le norme del mercato del lavoro non migliora l’occupazione. Se non si investe, la disoccupazione aumenta, il problema non è se il posto è fisso o non fisso: il posto ora non c’è. L’emergenza è questa e non si deve colpevolizzare la ricerca del lavoro sotto casa. Quando in una grande parte del Paese la disoccupazione è uno a due, non si vede una prospettiva. I giovani italiani si muovevano eccome fino al 2008. Solo che le migliaia che erano andati al nord sono tornati a casa dopo il mancato rinnovo dei contratti a tempo, perché sono rimasti disoccupati, ritornati al Sud per una forma di sopravivenza e non per la loro indisponibilità a spostarsi”.

Angeletti propone una legge che, fatte salve le discriminazioni, specifichi quando i licenziamenti sono consentiti per motivi economici. Cosa ne pensa? “Le norme sui licenziamenti rispetto a motivazioni per organizzazione e crisi esistono già. La discussione vera è un’altra: tutte le normative sono sottoposte al fatto che anche se stai discutendo della crisi e quindi dell’oggettività dei problemi, non ci debbano essere discriminazioni. Questa norma non deve cambiare. La flessibilità in uscita c’è: si esce con una frequenza e una rapidità straordinaria. L’unico problema reale è l’incertezza sui tempi del reintegro e su quello si dovrà lavorare”.

Sarebbe disposta a ragionare non di articolo 18, ma di modifica delle due leggi sui licenziamenti? “Le due leggi regolano una i licenziamenti individuali (la 604), l’altra quelli collettivi (la 223). Già la loro esistenza dimostra che le possibilità di licenziare ci sono. Il tema su cui possiamo ragionare è che le cause di lavoro non possono durare un tempo infinito. Ciò che non è possibile che sparisca, che oggi regola anche queste leggi, è l’onere della prova delle aziende. Tocca a loro dimostrare che si sono rispettati i criteri e i giusti motivi del licenziamento”.
I vostri paletti al tavolo della trattativa quali sono? “La vera priorità è la riduzione della precarietà da un lato e l’estensione degli ammortizzatori dall’altro. Continuiamo a trovare poco credibile con questi dati sulle vertenze una discussione sugli ammortizzatori senza neanche un euro. Anche perché questa situazione durerà a lungo, non qualche mese”.
Riuscirete a mantenere una posizione comune con gli altri sindacati? “Continuiamo a lavorare sulle priorità, sulle cose messe nella piattaforma comune con Cisl e Uil. Nulla toglie che ciascuno cerchi soluzioni ai problemi. Ma nessuna soluzione deve essere un indebolimento dell’art. 18”.
Mercoledì l’incontro con Confindustria è confermato? “Sì, allo stato sì”.
Come ci arriverete? Non pensa che il quadro sia mutato? Che ci siano irrigidimenti? “Nell’ultimo incontro abbiamo affrontato il tema della precarietà da ridurre, della cassa integrazione, delle politiche attive. Siamo per continuare questa discussione. Ci è assolutamente evidente il rischio di avere focalizzato, sia per le dichiarazioni del governo sia anche per qualche dichiarazione di troppo da parte sindacale, l’attenzione sui licenziamenti. Ciò ha prodotto una convinzione nelle nostre controparti che l’argomento porterà a chissà quale risultato: non è così. Avremo una discussione anche su quelle che sono posizioni diverse,ma non sarà un problema”.
C’è lo spazio per fare un accordo con le parti sociali da portare al governo? “No, guardi, l’obiettivo non è fare un accordo con le parti sociali. Questa situazione per molte ragioni è diversa da tante altre: non si può utilizzare uno schema in cui ognuno fa il suo pezzettino e poi il governo li piglia e li traduce. Il nostro obiettivo è un accordo con il governo. Ben venga tutto quello che porta a fattor comune, che unisce. Ma non è che ci sono sette trattative, ce n’è una ed è quella con il governo. Ben venga che si ragioni e che si faccia una discussione, credo che il governo ne debba tener conto, ma non è che gli possiamo rappresentare una situazione per cui su quel tema o su quell’altro c’è il via libera. Il tema è l’accordo con il governo, senza nessun via libera”.
In segreteria è stato affrontato il tema della possibile spaccatura? “Noi quando ragioniamo di una trattativa in una condizione così difficile ci poniamo l’obiettivo di fare l’accordo, non ragioniamo dell’opposto. Noi pensiamo che bisogna assumere le priorità giuste: i temi dei giovani e degli over 55. Sul tema dell’apprendistato, sulla discussione per la crescita un accordo non è lontano. Ci siamo focalizzati su questi aspetti, non sulle ipotesi che l’accordo non si raggiunga. Unadelle ragioni per cui non bisogna mettere al centro della discussione l’articolo 18 è proprio perché bisogna fare un negoziato vero, un accordo sul mercato del lavoro. E non ci pare che la risposta sia l’articolo 18”.

E se articolo 18 ci sarà, voi tornerete in piazza? “L’abbiamo già detto con chiarezza. Ma per una volta vorrei prendere in positivo le dichiarazioni del presidente Monti. Un presidente del Consiglio che dice che non è detto che nell’intesa ci sia quel tema, io dico bene: è detto che non ci deve essere”
Ha già accennato a dichiarazione improvvide. Ha notato un cambio di posizione di Emma Marcegaglia, magari dovuta alla campagna elettorale per la sua successione... “Guardi, quando ci confrontiamo con singole imprese non troviamo imprenditori che ci dicono il problema è l’articolo 18. Ci dicono che il problema è che la riforma delle pensioni irrigidisce tutto, che il problema è la disoccupazione. Bisogna tener conto che questa è la realtà, non parlare d’altro”.
Con Fornero c’è un altro tema delicato, quello della rappresentanza sindacale. “C’è un tema che viene ancora prima della rappresentanza sindacale. È quello dello stabilimento di Pomigliano dove non entra neanche un lavoratore iscritto alla Fiom. Questa affermazione non ha trovato nessuna smentita dalla Fiat. Questo è il vero tema e credo anche che dimostri come l’articolo 18continua ad essere assolutamente fondamentale. La Fiat discrimina i lavoratori che hanno scelto un sindacato. La libertà sindacale è tale se il lavoratore può scegliere, non se c’è azienda che decide quali sono i sindacati giusti. Qui c’è il tema della correzione articolo 19, chiederemo un incontro alla Fornero”.

venerdì 16 dicembre 2011

La flessibilità è figlia primogenita della globalizzazione?

“La flessibilità è figlia primogenita della globalizzazione”. Questa frase di Luciano Gallino, tratta da un suo libro del 2009, “Il lavoro non è una merce”, è una fotografia nitida di una realtà in bianco e nero.
Flessibilità e globalizzazione sono nate come delle risorse/opportunità da cogliere e sfruttare appieno ma nella realtà dei fatti si sono rivelate mezzi potentissimi di accentramento della ricchezza.
Globalizzazione è stato il termine col quale l’economia ha chiamato la complessiva riorganizzazione profitto-centrica della produzione che premia le imprese che sanno usare una maggiore quota di lavoro flessibile e a basso costo e riducono i rischi dell’interdipendenza impresa-lavoratore.
E così uscire da un contratto nazionale collettivo di lavoro o impiegare stagisti e lavoratori temporanei in sostituzione di quelli tipici, cioè a tempo indeterminato, diventa un imperativo categorico, pena la chiusura o la delocalizzazione dell’azienda.