venerdì 16 dicembre 2011

La flessibilità è figlia primogenita della globalizzazione?

“La flessibilità è figlia primogenita della globalizzazione”. Questa frase di Luciano Gallino, tratta da un suo libro del 2009, “Il lavoro non è una merce”, è una fotografia nitida di una realtà in bianco e nero.
Flessibilità e globalizzazione sono nate come delle risorse/opportunità da cogliere e sfruttare appieno ma nella realtà dei fatti si sono rivelate mezzi potentissimi di accentramento della ricchezza.
Globalizzazione è stato il termine col quale l’economia ha chiamato la complessiva riorganizzazione profitto-centrica della produzione che premia le imprese che sanno usare una maggiore quota di lavoro flessibile e a basso costo e riducono i rischi dell’interdipendenza impresa-lavoratore.
E così uscire da un contratto nazionale collettivo di lavoro o impiegare stagisti e lavoratori temporanei in sostituzione di quelli tipici, cioè a tempo indeterminato, diventa un imperativo categorico, pena la chiusura o la delocalizzazione dell’azienda.

Se confrontiamo un’industria tessile italiana con un’industria tessile cinese non è difficile prevedere quale delle due sarà in grado di offrire sul mercato prezzi più bassi ma mi chiedo: è questa la via corretta per lo sviluppo di un’economia competitiva ed efficiente? La realtà dei fatti dimostra di no.
Il costo del lavoro è il solo aspetto che conta? La realtà dei fatti dimostra di no.
Riflettiamo un attimo sul termine, coniato in tempi moderni, per definire la forza lavoro: “capitale umano”. L’uomo in quanto profitto quindi. L’intelletto e le competenze dei lavoratori asserviti alla contabilità dei costi industriali.
Ora, preso atto di questo è lecito a mio avviso chiedersi se la reazione del nostro paese a questo stato di cose non potesse essere più incisiva, soprattutto in tempo di manovre e recessione.
Flessibilità ha significato un attacco generalizzato al diritto del lavoro, una deresponsabilizzazione delle imprese rispetto alla gestione delle “risorse umane”, un abbassamento della capacità di spesa delle famiglie e un innalzamento della disoccupazione. Per un lavoratore, precarietà significa morte professionale e cancellazione di qualsiasi prospettiva di realizzazione personale e nel nostro paese si è abusato e tutt’ora si abusa della flessibilità al punto di trasformarla, come oramai da più fronti si afferma in precarietà della vita.
Dobbiamo sempre tenere presente poi, che i lavori flessibili sono visti spesso con favore anche perché contribuiscono alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.
Un altro punto che mi lascia molto perplessa è quello relativo alla pianificazione della strategia d’impresa che oggi avviene solo in un’ottica di breve termine: una risorsa da impiegare temporaneamente, da formare e da sostituire dopo pochi mesi mi consente sul serio di risparmiare? Dubbi su questa modalità di gestione del lavoro e sulle politiche occupazionali del governo sono stati espressi da più fronti, da Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia al Cardinal Bagnasco, presidente della Cei, personaggi certamente non appartenenti ad organizzazioni sindacali o a partiti di sinistra.
Considerare questo stato di cose come la nuova realtà contro cui non si può far niente, significherebbe che alla fine la crisi è crisi di civilizzazione e la crisi economica ne è solo una conseguenza.
Per rilanciare il nostro Paese poi, bisogna rilanciare lo sviluppo, da intendere come cosa diversa (qualitativa) dalla crescita (esclusivamente quantitativa). E mentre lo si rilancia bisogna anche cambiarne natura, qualità e struttura. Oggi c’è stata una grande riscoperta di Keynes, ma non basta il solo sostegno alla domanda e non basta, anzi probabilmente si rivelerà un intervento nocivo, risanare i bilanci pubblici comprimendo redditi e spesa pubblica. Cara Europa e caro presidente Monti, il laissez-faire moderno ha fallito ancora una volta e la richiesta di riforme e politiche di sostegno alle imprese arriva dalle industrie, ma anche e soprattutto dai lavoratori e dai sindacati, basta volerlo.
                                                                                                                    
Gaia Angelo


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