Con il nuovo anno il governo Monti sembra aver cominciato a riflettere anche sulle possibili soluzioni per arginare la precarietà del lavoro per giovani e meno giovani.
La Cgil ha proposto un nuovo "piano del lavoro" che prevede la riduzione del numero dei contratti atipici e una riforma degli ammortizzatori sociali, interventi indispensabili per la ripresa dell'occupazione, ma sul tavolo del Ministro Fornero ci sono anche:
La Cgil ha proposto un nuovo "piano del lavoro" che prevede la riduzione del numero dei contratti atipici e una riforma degli ammortizzatori sociali, interventi indispensabili per la ripresa dell'occupazione, ma sul tavolo del Ministro Fornero ci sono anche:
- la riforma del senatore giuslavorista Pietro Ichino all’interno del quale però è contenuta la modifica all’art 18 relativo al licenziamento per giusta causa e al reintegro nel posto di lavoro;
- il "contratto unico" a protezione crescente pensato dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi e sostenuto dal senatore Paolo Nerozzi (ex dirigente della Cgil);
- il "contratto unico di inserimento formativo" firmato da un'ottantina di parlamentari democratici (tra i quali l'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano).
In attesa di capire le intenzioni del governo, che ad oggi sembra aver fatto un passo indietro sulla questione dei “licenziamenti facili”, e di apprendere i dettagli delle proposte, è utile cercare di capire da dove nasce la richiesta di flessibilità del lavoro da parte delle imprese.
Essa persegue due scopi principali: il primo è far variare i costi del lavoro proporzionalmente alla variazione della produzione e delle vendite; il secondo è ridurre il rischio d’impresa derivante dalla struttura stessa delle relazioni economiche, il cui filo conduttore sono commesse, appalti, ordinativi, forniture, consegne e prezzi.
Il lavoro diventa oggi un fattore produttivo equiparabile, senza distinguo, a tutti gli altri. Proprio come si fa con l’energia elettrica il lavoratore viene “spento” o “acceso” a seconda dei bisogni del momento.
Il “Just in time” è un principio di organizzazione della produzione elaborato negli Stati Uniti a metà del Novecento ma applicato poi con particolare efficacia nell’industria giapponese dell’auto.
Nessun semilavorato, nessun componente, nessun servizio di supporto arriva nel punto fisico in cui deve essere lavorato, montato o fornito se non nel preciso momento in cui potrà essere utilizzato.
Questo sistema di produzione “snello” ha avuto un notevole successo perché ha consentito di ridurre dell’80% gli stoccaggi e i magazzini e di risparmiare sulle superfici utilizzate, sulle aree interne di fabbrica e uffici e sul numero complessivo di addetti ai magazzini.
Nei manager si è così generata la convinzione che i principi di questa nuova organizzazione potessero valere anche per i lavoratori. Il problema da risolvere è stato regolare il flusso della forza lavoro in modo che le sue prestazioni fossero erogate e retribuite solo quando effettivamente utilizzabili.
Questo processo manageriale e i processi di globalizzazione hanno contribuito alla creazione in tutto il mondo di una nuova tipologia di lavoratore che possiamo definire il “lavoratore just in time”, inteso come colui o colei che viene occupato, in termini di ore e di prestazione, solo a fronte di una domanda effettiva, solo “appena serve” e la cui retribuzione sarà la remunerazione di quel preciso arco di tempo.
Ma su di una retribuzione “appena serve” si fondano le vite di migliaia di giovani e non giovani con affitti, bollette, benzina per l’auto e abbonamenti ai trasporti pubblici che non sono esigibili “just in time” (“appena serve il lavoro”) ma subito e che, senza stabilità lavorativa alcuna, hanno scarse speranza di futuro.
A questo governo è necessario chiedere di porre fine a questa tratta di lavoratori. Il lavoro atipico viene utilizzato anche laddove non è utilizzabile e per ridurre il costo del lavoro si punta ad incrementare il turnover di lavoratori flessibili.
“Prima di tutto il lavoro” abbiamo chiesto lo scorso 22 dicembre nella Piazza di Varese. E se questo governo intende davvero uscire dalla crisi l’unica soluzione è mettere davvero prima di tutto il lavoro.
Gaia Angelo
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